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dal sito web spagnolo www.bugei.eu:

Europeos reciben graduación!

Ayer por la noche, al final del entrenamiento intensivo, fue realizada una ceremonia especial en el Honbu Dôjô español. Con la presencia de Alfredo Tucci, Predidente de la revista Budo International – quien dedicó unos momentos para dar una clase sobre los valores esenciales en el camino marcial -, Shidoshi Jordan, Shidoshi Juliana y Uchideshi Luis Nogueira oficiarizaron las graduaciones de los alumnos europeos entregando el certificado de cada uno cuyo esfuerzo, entrenamiento técnico y caracter estaban a la altura de las responsabilidades que cada nivel exige.

Omedetou gozaimasu a todos!

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Kamidana, il luogo degli Dei

kamidanaIl termine, letteralmente, significa “mensola degli Dei” e riproduce, in maniera più o meno stilizzata, la miniatura di un tradizionale tempio shintoista. Nella sua versione più semplice è costituita da una o più mensole (tana) presenti nelle case popolari (minka) del periodo Edo su cui sono alloggiati dei talismani di carta ((kamifuda), degli amuleti (gofu), offerte votive ed altri oggetti votivi quali candele, composizioni floreali e offerte costituite da riso, frutta, o sakè che vengono sostituite giornalmente. Poco si sa sulle origini del kamidana, anche se l’usanza di porre piccoli templi alle divinità tutelari all’interno delle abitazioni si può far risalire al periodo della aristocrazia, come dimostrano le ville patrizie del periodo Heian.

Probabilmente all’inizio le mensole votive all’interno delle abitazioni non erano fisse ma piuttosto venivano approntate in occasione di specifiche cerimonie o ricorrenze e poi rimosse ma datare l’usanza del kamidana è difficile anche perchè ci sono pochi esemplari antichi, ma collegati alla diffusione degli altari domestici buddisti, chiamati butsudan. Uno degli esemplari più antichi può essere ammirato presso la “casa Yoshimura”, la abitazione di un capo-villaggio del XVII° secolo vicino Osaka, che oggi è tutelata come bene culturale e dove il kamidana consiste in una nicchia dotata di mensole e porte scorrevoli (fusuma). Uno dei tipi più comuni di kamidana è di solito posizionato sulla parte alta di una credenza o di un armadietto (todana) e somiglia ad una mensola dotata di porta superiore (tenbukuro); un altro, molto diffuso, è costituito da una mensola fissata alla sommità di un architrave (kamoi) e supportata con delle staffe dal basso oppure fissata ai sostegni delle travi (tsurugi) e sospesa alle intelaiature del tetto. Su questa mensola viene spesso piazzato, come detto, un tempio shintoista in miniatura, che può essere più o meno elaborato nei particolari ma con alcuni particolari ricorrenti. La costruzione è tradizionalmente realizzata con legno non trattato o verniciato e richiama sempre l’architettura dei più venerati e famosi templi. Questo tipo di kamidana si ritiene sia stato sviluppato relativamente tardi e ancora più tardi si ipotizza sia stata elaborata la versione più decorativa. I talismani di carta ((kamifuda) alloggiati nel kamidana possono riferirsi alle divinità protettrici del clan familiare (Ujigami) oppure provenire da famosi e celebrati templi nazionali, come lo Ise Jinguu.

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Nelle abitazioni di mercanti ed artigiani possono esserci anche delle mensole separate (engidana) dove vengono ospitate divinità con identità shintoiste e buddiste combinate come Ebisu, Koujin o Inari. Il Kamidana è molto spesso piazzato in un angolo di uno dei locali più frequentati durante il giorno, come la cucina o il soggiorno, vicino alla zona pavimentata (doma) ma a volte è ubicato sul retro della stanza, di fronte alla facciata della casa (omote) oppure nella sua parte più alta (kamite) di fronte al doma. Qualunque sia l’ubicazione, il kamidana deve essere rivolto verso sud o est e non dovrebbe mai essere piazzato direttamente sopra una entrata o una uscita per evitare che un uomo debba passare al di sotto del kamidana stesso.

In molte fattorie del Giappone centrale e orientale del XVII° e XVIII° secolo il kamidana veniva sistemato vicino alla tradizionale bassa alcova decorativa (oshi-ita) presente nel soggiorno (hiroma) mentre in rari casi, nelle case che avevano esclusivamente caratteri shintoisti ed erano quindi prive del butsudan, il kamidana era sistemato in una delle stanze di ingresso (zashiki).

Come detto, ci sono diversi modelli di kamidana, dalla semplice mensola di legno alla elaborata miniatura di un tempio tradizionale; tra gli oggetti che ospitano ve ne sono alcuni che sono comuni a tutti gli altari per il loro valore simbolico condiviso, su cui ci soffermiamo brevemente con una veloce descrizione. Il primo è lo shimenawa, o anche più brevemente shime, che è una corda di paglia di riso intrecciata dalla quale pendono striscioni di carta bianca. Questo festone è usato nel culto shintoista per indicare un luogo o oggetto sacro (ad esempio un albero, un sasso, un recinto, etc.). La parola shimenawa è composta da tre kanji: uno è nawa (corda), mentre gli altri due corrispondono grosso modo ai termini “scrosciare” (sosogu) e “serie”, “gruppo”, “raccolta” (ren) perchè dallo shimenawa pendono striscioni di carta raccolti come un flusso scrosciante. Quasi sempre presente è una composizione floreale, un bonsai o un ramo di sakaki, nome giapponese della Cleyera japonica, considerato sacro nel culto shintoista e dal cui legno vengono ricavati oggetti rituali come il gohei, una bacchetta usata nelle cerimonie come strumento di purificazione. La parola sakaki è composta da un unico kanji che contiene al suo interno i significati che le sono attribuiti: a sinistra il radicale di albero (ki) e a destra il carattere che indica la divinità (kami). Altrettanto spesso sul kamidana ci sono uno o due strisce di tessuto di cinque colori (goshikinuno), detti anche ma-sakaki, realizzati ad immagine dei tre “divini veicoli”, un piccolo specchio (kagami) quale indicazione della Verità e di una mente libera da ogni pregiudizio; delle candele, come anche nel caso degli altari occidentali, per richiamare la luce Divina ed indicare la purificazione per mezzo del fuoco sacro e bruciatori di incenso in grani o in bastoncini.

Uno spazio al centro del kamidana è poi riservato alle offerte di cibo: riso, che può essere crudo o cotto e che in quest’ultimo caso, dopo l’offerta, deve essere mangiato; una ciotola d’acqua per indicare la semplicità e la chiarezza, del sale per indicare la Purezza e del sake. Compatibilmente con gli spazi a disposizione, i kamidana rispettano dimensioni e proporzioni con specifici significati simbolici. Per concludere, un rapido accenno al saluto rituale che viene dedicato al kamidana: ci si inchina per due volte in segno di rispetto verso i kami, si battono due volte le mani, per scacciare gli spiriti maligni e richiamare quelli propizi e poi ci si inchina per un’altra volta; dopo la preghiera o la pratica – nel caso di un Dojo – si ripete la stessa sequenza, che può essere eseguita sia in piedi che in ginocchio (seiza).

fonte: Hamakurashop